Il bello è che io ci credevo
Follie semiserie di un mondo che non c'è. Forse.
Follie semiserie di un mondo che non c'è. Forse.
Avrò avuto circa dieci anni. Ero dentro a una tenda improvvisata insieme a un amichetto del tempo, mentre fuori era una bellissima giornata di inizio primavera. Stavamo decidendo quale gioco avremmo potuto fare, quando fummo interrotti dalla presenza del padre. Si abbassò leggermente sotto il lenzuolo che avevamo legato tra tre alberi, in modo da inquadrarci nel suo campo visivo. Era un uomo grosso, dall’apparenza burbera, ma ci guardò con dolcezza, chiedendoci che stessimo facendo. Ora, a distanza di anni, so con certezza che voleva solo scambiare due chiacchiere e che probabilmente quella giornata doveva essere pessima per lui, abituato a stare spesso lontano dalla famiglia per lavoro. In quel momento lo guardai come si osservano i grandi a quell’età: rispetto, timidezza e circospezione. Almeno, così era ai miei tempi. Parlammo qualche minuto, poi alzò lo sguardo altrove, perso in qualche ricordo. E prima di andarsene disse: “Godetevi il vostro tempo che, io non so bene come sia andata, ma ho chiuso gli occhi un attimo e mi son ritrovato con quarant’anni”.
Curioso come abbia custodito per tanto tempo un insignificante episodio dell’infanzia. Insignificante perché sono certo che nessuno se lo ricordi, né quell’amichetto di cui ho perso le tracce, né suo padre. Ma io sì. Sarà stata l’aria stanca di quell’uomo o una vena malinconica che covavo già in tenera età. O forse il fatto che oggi riapro gli occhi e di anni ne ho compiuti trenta.
Se mi sforzo riesco a identificare attimi esatti, definendo colori, profumi e volti. Come la prima volta che mi sono innamorato. Ho17 anni e sono in Inghilterra a studiare. Lei è su un tavolo del patio della scuola, sta scrivendo qualcosa, ha l’aria concentrata di chi ha già visto parecchio, nonostante – deduco – abbia circa la mia età. E nel giro di due settimane diventa l’Amore, quello che non ti fa capire niente. Fosse stato per me avrei continuato a baciarla per il resto della mia vita, solo che lei, la vita appunto, mica si fa aspettare. E quindi, se mi sforzo ancora, riesco anche a sentire le prime lacrime, quelle che mai avrei pensato di avere, lacrime che mi hanno fatto intendere che crescere è un mestiere duro, lacrime che hanno avvolto quell’Amore nel ricordo più dolce. È stata l’unica “donna” per la quale ho partorito la frase: “Io questa me la sposo”. Ingenuità o romanticismo, non ne ho idea. Però l’avrei baciata per il resto della mia vita.
Se mi sforzo riesco a percepire le vibrazioni dell’amplificatore in sala prove, con un gruppo scalcinato che sognava gloria, feste e sbronze. E i discorsi a notte fonda tra una partita di Heroes e l’altra, con un caro amico che già a quell’età non sognava altro che una bella famiglia e campi di grano, la stessa persona che ho visto pochi giorni fa sposarsi e mettere al dito di sua moglie una promessa. Qualche storia finisce ancora bene, insomma.
Quante storie potrei raccontare e quante sono finite tra una riga e l’altra di un qualsiasi documento, che a 18 anni scrivevo su un quaderno, di notte, gobbo sulla scrivania e letteralmente alla luce di una candela. Genitori che si sono spaccati la schiena per concedermi una certa cultura, genitori che dormivano a qualche porta di distanza e che non sapevano di avere un figlio che non dormiva, che scriveva, leggeva, beveva e fumava. Non ci vogliono tanti sforzi, in fin dei conti, per ricordare tutte quelle storie, come la prima volta a Roma a incontrare l’amico che sarebbe diventato il fratello. E i tempi dell’amore più maturo, quando una ragazza mi fece ancora innamorare e capire che le piccole cose sono quelle che contano. Ecco, lei mi fa studiare, mi fa scoprire il metodo, la costanza dei rapporti, il sapore delle cose fatte per bene. Poi mi regala anche la prima batosta, alla fine della triennale, ma si sa, quello che non ci stende, ci fortifica. Chissà perché, ma io sono solo diventato un perfetto stronzo. E qua ce ne stanno tante altre di storie, ma le riconduco a sempre a Roma, un luogo santo dove mi sono leccato sempre le ferite. Soprattutto grazie a mio fratello.
L’università e il lavoro, ci vuole metodo e costanza per diventare responsabili e professionali. In realtà “metodo e costanza” sono due virtù che non ho mai appreso, ma che so applicare quando ce n’è bisogno. Che la vita non va sempre presa con serietà, ma facendo anche quello che hai paura di fare. Questo me l’ha insegnato mio nonno, che se mi sforzo mi trovo ancora sulle sue gambe mentre mi dice “diventerai un uomo importante”. Quando sei piccolo mica ci pensi, fai di sì con il capino e aspetti di fare un nuovo gioco. Ma ecco, io ci sto provando, nonostante tanti sbagli e dolore. Ho imparato che per essere un uomo importante c’è bisogno di mantenere la parola data e portare a buon compimento un qualsiasi lavoro, rispettare se stessi, seguire l’istinto e mai prendere in giro i sogni altrui. E tante cose ancora e ancora tanta strada da fare.
Che a trent’anni non sei arrivato. Hai imparato molte cose, se sei stato fortunato, ma non sei arrivato da nessuna parte. Hai imparato che l’amore ti rende una persona migliore, ma allo stesso tempo può trasformarti nella peggiore. Che conoscere il giudizio delle persone è bene, ma che non deve fermarti dal compiere ciò che desideri, che sia infuriarti per un principio o cantare sotto la pioggia. E che solo il giudizio delle persone importanti è importante.
Hai imparato a ritagliarti i tuoi spazi e che il lavoro serve per vivere, non il contrario. Che hai probabilmente concesso troppo cuore a persone che non meritavano così tanto e che avresti potuto concederne di più ad altre che hai lasciato cadere dai tuoi occhi, ma l’esperienza è anche questa, no? E che deludere una persona non farà mai tanto male quanto deludere te stesso.
Hai imparato che certi meccanismi della vita ti lasciano senza parole, come certe persone siano più di un contatto lavorativo, ma amici con cui mangiare un panino e bere una birra. Che le scelte si fanno di pancia, ma che devono fare i conti con il cervello e che inevitabilmente si pagano, in un modo o in un altro. Che se puoi scegliere tra tristezza e infelicità, scegli sempre la prima perché l’infelicità è una costante e la tristezza un periodo.
Hai imparato che le cicatrici si fondono insieme ai sorrisi, spesso e volentieri. Che puoi spegnere le emozioni per un po’, ma che ci sarà sempre qualcuno che riuscirà a trovare quel pulsante giusto. Non importa quanto tempo ci vorrà, ma un cuore dormiente non è un cuore morto, sappilo. E che certe persone rimangono con te anche quando non ci sono più.
Hai imparato che puoi anche scegliere di non scappare e di dare un bacio esattamente in quel momento, in mezzo alla folla. Che non esistono momenti particolari, ma particolari momenti. Che tutto quello che hai vissuto fa parte di te, nel bene e nel male. E che non puoi mai sapere come andrà a finire.
E poi basta un attimo che tutto torna, ti sforzi un poco e capisci che tutte queste cose forse le impari ogni giorno. Oggi ho trent’anni e se socchiudo gli occhi so bene com’è andata. Grazie a chi mi ha attraversato. E godetevi il vostro tempo.